Capricci, bisogni o...insonnia?

Noi siamo qui per proteggerti e aspettiamo che ti addormenti da solo perché non è pericoloso. CE LA PUOI FARE DA SOLO!

I primi mesi di vita si sa non sono mai facili... sia per i bambini che per i genitori. Una delle problematiche più diffuse e a volte invalidanti di questa fase evolutiva riguarda il sonno del nostro bambino.

Per quanto amore e impegno possiamo metterci ci sono comunque momenti in cui vorremmo scappare, in cui ci sembra di avere di fronte una montagna troppo alta da scalare. La notte si dorme poco e male e la vita diurna non ci aspetta, non ci capisce... dobbiamo continuare ad essere efficienti, produttivi, in forma.... non perdere un colpo. Allora andiamo avanti nonostante le ore di riposo perse e il senso di inadeguatezza che ogni tanto ci assale.

NIENTE PAURA E' TUTTO NORMALE!!!! NON SIAMO INADEGUATI SIAMO SOLO STANCHI!


Ancora una volta ciò che può aiutarci è la conoscenza..... è vero che la maternità è un fenomeno naturale ma è pur vero che i tempi cambiano, la società evolve e impone richieste che spesso difficilmente sono integrabili con l'esperienza della maternità...

Non esistono leggi universali ma avere qualche informazione sul sonno dei bambini e su cosa potrebbe influire positivamente o negativamente su di esso (e su quello del resto della famiglia) può aiutare ad affrontare gli importanti cambiamenti legati all'arrivo di un figlio con serenità e fiducia.

L'obiettivo di questo articolo non è brutalizzare il ruolo genitoriale ma fornire spunti di riflessione su quali potrebbero essere i fattori che contribuiscono all'insorgere e al mantenimento dei disturbi del sonno in età pediatrica, fattori di cui molto spesso non siamo consapevoli perché non a conoscenza di informazioni adeguate. Ma volenti e nolenti, come genitori, rivestiamo un ruolo fondamentale in tutti gli aspetti della vita del nostro bambino, anche quelli problematici, quindi pensiamo sia meglio conoscere cosa si può fare e cosa si dovrebbe cercare di evitare per favorire lo sviluppo di pattern di sonno adeguati, affrontare eventuali problemi di insonnia che hanno serie ripercussioni sul benessere familiare, oltre che sulla salute psicofisica del bambino.


I problemi di sonno infantile dunque sono spesso fonte di stress familiare e di effetti negativi sulla relazione madre- bambino; per esempio i dati indicano che favoriscono pensieri, fantasie aggressive e depressioni materne, contribuendo ad attivare comportamenti di attaccamento genitoriale disorganizzato, caratterizzati da continue oscillazioni tra accudimento e rabbia (e.g. Lam et al. 2003). In queste situazioni il ruolo paterno diventa essenziale, soprattutto come sostegno emotivo e strumentale, alla madre.

Nel bambino sono correlati a cali prestazionali, alterazioni dell’umore e disturbi delle funzioni cognitive superiori (p. es. flessibilità cognitiva, abilità di ragionamento (e.g. Mindell et al. 2006; Beebe 2011).


E' importante, in quanto genitori, porci some supporto emotivo e non strumentale, nell'addormentamento. Vediamo cosa significa.


L'ICSD-3 (Classificazione Internazionale dei Disturbi del Sonno) conferma che la diagnosi di insonnia in età pediatrica NON viene emessa al di sotto dei primi 6 mesi di vita perché in questa fascia d'età i risvegli notturni multipli sono FISIOLOGICI (già... bisogna farcene una ragione).

Dopo i primi 6 mesi di vita, invece, se non si instaura un pattern di sonno regolare (almeno 5/6 ore di sonno consecutive) e notiamo difficoltà di addormentamento o mantenimento del sonno possiamo iniziare a chiederci perché.


Nel 1993 Sadeh ha proposto un modello (detto Modello Transazionale) che descrive i principali fattori di rischio per l'insorgenza ed il mantenimento dei disturbi o problematiche del sonno in età pediatrica, che possono tra l'altro protrarsi anche in età adulta.

Secondo questo modello esiste una relazione articolata e complessa tra sonno del bambino e credenze, emozioni, aspettative e comportamenti dei genitori. Relazione in grado di instaurare circoli viziosi o virtuosi del sonno infantile.

Diversi studi hanno confermato tale modello mostrando che i bambini che si addormentano ricevendo un significativo supporto dai genitori ( allattati, cullati, a stretto contatto fisico) o dalle condizioni ambientali (luce accesa, presenza dei genitori in stanza o nel letto) hanno un maggior numero di risvegli notturni in cui richiedono attenzione rispetto ai bambini che si addormentano da soli o con il minimo aiuto dei genitori (Touchette et al. 2005).

Se il genitore è molto coinvolto nell’aiutare il bambino ad addormentarsi, egli impara ad associare il momento dell’addormentamento esclusivamente alla presenza e al supporto genitoriale, dando luogo ad un problema di "insonnia da addormentamento per associazione".

Le associazioni disfunzionali con il sonno sono determinate proprio dalla dipendenza del bambino da specifiche situazioni stimolo (p. es. l’essere cullati, l’allattamento materno, il vedere la TV), oggetti (p. es. un biberon di latte), o setting (p. es. luce, presenza dei genitori in stanza da letto o bambino nel lettone dei genitori) presenti durante la fase di addormentamento o di riaddormentamento dopo un risveglio notturno.

Basti pensare a quante volte sentiamo genitori dire che il proprio figlio si addormenta solo con il rumore del phon, oppure se portato in giro con la macchina o cullato continuamente.


Tali comportamenti del genitore sfavorirebbero lo sviluppo di strategie autoconsolatorie del bambino (come lallio, suzione del dito o del ciuccio, contatto con oggetto transazionale-peluche) per affrontare in maniera autonoma la transizione tra veglia e sonno.


Alcuni studi basati su registrazioni del sonno infantile hanno confermato che i bambini con problemi di risvegli notturni, oltre a svegliarsi frequentemente, hanno come principale problema l’incapacità di utilizzare strategie di autoconsolazione per riaddormentarsi autonomamente.


Dunque come possiamo affrontare al meglio il sonno del bambino nei primi 3 anni di vita?

Sia la ricerca che la pratica clinica hanno dimostrato l'importanza delle cosiddette "PRE-BED ROUTINES", abitudini quotidiane che preparano il piccolo al momento del sogno sfruttando la relazione tra orari, ambiente e sonno con attività positive, rilassanti e piacevoli.


Ecco alcuni accorgimenti:

  1. Non utilizzare giochi su tablet e smartphone prima di addormentarsi

  2. Evitare giochi eccessivamente stimolanti (lotta, nascondino...)

  3. Assicurarsi che l'ambiente sia confortevole; creare la sua cameretta

  4. Mettere in atto sistematicamente delle pre-bed routine rilassanti e positive che aiutino il bambino a collegare il sonno con attività calme e piacevoli (lettura, luci soffuse, bagnetto, canzoncine o filastrocche, etc)

  5. No alla somministrazione di cioccolata, bevande e sostanze energizzanti e con zuccheri

  6. Aiutare i bambini a comprendere l'importanza di diventare autonomi nell'addormentarsi, soprattutto con il proprio comportamento più che con le parole. Le pre-bed routine aiutano proprio i genitori e i bambini a comprendere insieme che il momento del sonno è un momento piacevole, sicuro e gestibile.

  7. Utilizzare, se il bambino ha almeno 3 anni, dei rinforzi/premio al raggiungimento di piccoli obiettivi target.


Le pre-bed routine sono fondamentali perché, oltre a favorire l'addormentamento del bambino, contribuiscono al benessere e all'unione familiare costituendo un momento di serenità, unione e relax per tutta la famiglia... una sorta di oasi nel deserto della vita quotidiana! Un momento di raccolta in cui il rumore delle nostre giornate si attenua e diamo spazio a noi stessi. Un ambiente confortevole alimenta il senso di sicurezza e protezione percepito dai bambini aiutandoli ad associare il momento del sonno ad una fase piacevole della propria vita, non minacciata da paure (come la paura del buio, dei mostri, della solitudine) e quindi gestibile autonomamente.


Un'ultima doverosa specificazione riguarda la diatriba ormai classica tra chi sconsiglia vivamente il co-sleeping e chi invece lo incoraggia.

Classicamente si ritiene che condividere il proprio letto o la stanza con i figli sia da evitare assolutamente per i sopra citati motivi. Tuttavia ricerche attuali stanno in parte disconfermando questa "prescrizione", soprattutto per quanto riguarda la fascia di età prescolare/scolare (4-12 anni). La letteratura suggerisce che, per brevi periodi, soprattutto per i più piccoli, i comportamenti di co-sleeping e room-sharing possono rivelarsi una strategia funzionale di fronteggiamento dei problemi di addormentamento e mantenimento del sonno. Questo perché spesso, in questa età, i problemi di sonno sono più frequentemente legati a paure notturne, ansie quotidiane, problematiche familiari (ad es separazione dei genitori, difficoltà economiche, problemi a scuola con coetanei o insegnanti) che i bambini non riescono ad esprimere a parole e quindi si manifestano attraverso alterazioni del comportamento e/o del sonno. La scelta di dormire insieme diventa allora una vera strategia di coping di genitori e figli per affrontare determinate difficoltà. L'importante è il dialogo, condividere questi momenti insieme e magari concordarli insieme; questo per evitare che si instaurino abitudini disfunzionali che potrebbero anche limitare esperienze importanti per la socializzazione tra pari (ad esempio dormire da un amichetto, andare in gita...)


Come sempre la parola d'ordine è FLESSIBILITA': essere informati e seguire delle indicazioni è importante ma ogni famiglia è diversa dall'altra, così come ogni individuo è diverso dall'altro per questo è fondamentale trovare un proprio equilibrio tenendo come parametro di riferimento il livello di benessere familiare, indicatore di eventuali problemi che è possibile affrontare insieme, così come diventa essenziale chiedere aiuto, consiglio nei momenti di estrema difficoltà.





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