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Elogio della solitudine: quando il tempo per sé non è isolamento



Se sfogliassimo un manuale di psicopatologia e psichiatria, probabilmente rimarremmo sorpresi da quante volte la tendenza alla solitudine sia considerata parte dei criteri diagnostici ufficiali per diversi disturbi mentali o disturbi di personalità.

Certo, essa non è da sola sufficiente a giustificare una qualsivoglia diagnosi, eppure, soprattutto se si presenta come tendenza spontanea già nell’infanzia o nell’adolescenza, può essere interpretata come possibile campanello d’allarme per una serie di disturbi che vanno dall’ansia sociale alla depressione, dal disturbo schizotipico di personalità alla schizofrenia.

Inoltre, molti sono gli studi che si sono occupati di stabilire un eventuale ruolo della solitudine nel facilitare la comparsa o l’aggravamento di diversi disturbi psichici ma anche fisici: obesità e scarsa attività fisica, problemi cardiovascolari, difficoltà cognitive, demenza e depressione sono solo alcuni dei disturbi per i quali è stata studiata una correlazione positiva con la solitudine, ma addirittura essa è associata a maggiore rischio di mortalità in generale.


Solitudine tra Romanticismo e stigma


“I have my books / And my poetry to protect me / I am shielded in my armor / Hiding in my room safe within my womb / I touch no one and no one touches me / I am a rock I am an island / And a rock feels no pain / And an island never cries”


cantavano Simon & Gurfunkel, descrivendo la solitudine come l’essere un’isola fatta di roccia, che come tale non può provare dolore. La solitudine nell’immaginario collettivo è associata a uno stato malinconico e nostalgico, a una reazione di fuga dal mondo per aver troppo sofferto, a una corazza emotiva che ci si costruisce attorno per non soffrire più. Le persone sole, che lo siano volontariamente o meno, tendono ad ispirare diffidenza negli altri, nei “socialmente inseriti”. Verso chi è single in età adulta e non si è costruito una famiglia o una coppia stabile permane ancora in alcuni ambienti una sorta di pregiudizio: “che cos’avrà che non va?” ci si chiede, e si tende a scartarlo come potenziale partner o amico, aumentando di fatto il suo stato di solitudine. All’opposto però, abbiamo i poeti romantici del ‘700/’800 che ricercavano una solitudine capace di stimolare il contatto con una sofferenza interiore fonte di creatività e di genio, poi argomento di tante opere, e il sacrificio di mistici eremiti, che ricercano un isolamento estremo come mezzo per la conoscenza dei meandri più profondi di sé, viene giudicato con coraggio e ammirazione.

Si dice che nessun uomo è un’isola, che l’uomo è un animale sociale ed è innegabile che il cucciolo d’uomo abbia come bisogno fondamentale quello della relazione di cura e amore con la madre – o chi per essa – per sopravvivere, tanto quanto di cibo, sonno e riparo. La relazione con l’altro quindi è così visceralmente percepita come indispensabile per la nostra sopravvivenza che guardiamo con sospetto chi si vota alla solitudine e riteniamo la tendenza ad isolarsi come segnale di un potenziale disagio.



Viandante sul mare di nebbia, di Caspar David Friedrich 1818


Essere soli o sentirsi soli?

Per parlare di solitudine però occorre innanzitutto chiedersi cosa intendiamo con questo termine. Nella letteratura scientifica in ambito psicologico e psichiatrico è in corso un dibattito in merito, in quanto, per studiare questo costrutto e poter misurare le sue eventuali conseguenze è necessario stabilire che tutti quanti siamo d’accordo su cosa rappresenti.

Si può dire che la definizione più utile sembrerebbe quella che descrive la solitudine come quello stato d’animo spiacevole che deriva dalla discrepanza tra la quantità e soprattutto la qualità delle relazioni che la persona vorrebbe e la quantità e la qualità di quelle che effettivamente ha. Ecco quindi che già da questo emerge una considerazione importante: la solitudine non coincide con la mera assenza di relazioni, ma è uno stato d’animo che non è necessariamente legato alla quantità di legami sociali.

Si parla allora di solitudine oggettiva e soggettiva: alcune persone sono oggettivamente socialmente isolate, poiché hanno effettivamente pochi o nulli rapporti interpersonali, altre invece sono soggettivamente sole, perché riportano uno stato d’animo di solitudine in quanto la quantità e la qualità dei rapporti interpersonali che vivono non soddisfa appieno il loro bisogno interiore di contatto. Ecco allora che la solitudine, più che essere soli, è sentirsi soli, e questo paradossalmente può accadere anche in mezzo a molte persone.

Moltissimi di noi possono dire di aver sperimentato almeno una volta nella propria vita la sensazione di essere irrimediabilmente e dolorosamente soli anche se circondati dall’affetto di famiglia e amici e coinvolti magari in una relazione amorosa appagante, e magari di averlo sperimentato proprio durante una situazione sociale circondati da una folla festante. Quindi in sostanza, perché ci sia la solitudine ci deve essere l’esperienza soggettiva di sentirsi soli, indipendenteme