Parenting: che genitore sei?

Aggiornamento: 19 ott 2021

Non esiste qualcosa come un neonato: genitori e figli esistono solo in relazione reciproca, i sentimenti e i comportamenti degli uni influenzano i sentimenti e i comportamenti degli altri secondo un modello di causalità circolare. (D.Winnicott)





Il parenting è' un costrutto complesso che indica la capacità genitoriale, in base alle proprie attitudini ed esperienze personali ma anche in base alle competenze relazionali e sociali. Per questo si sente parlare spesso di STIILI DI PARENTING; ne esistono diversi lungo un continuum che dal sano al patologico; dal consapevole all'inconsapevole.


Perché è importante lo stile di parenting nella crescita e nello sviluppo del bambino?

Questo stile gioca un ruolo cruciale nella salute mentale del bambino, nella strutturazione della sua personalità (sana o patologica) e nel benessere familiare.


Genitorialità problematica e possibili conseguenze.

Andiamo a vedere da vicino quali possono essere le caratteristiche di una genitorialità "problematica":

  1. eccessivo controllo e intrusività

  2. induzione di colpa

  3. scarsa o eccessiva disciplina

Il controllo sul bambino/ragazzo può essere esercitato sia a livello comportamentale che psicologico, ad esempio evitandogli qualsiasi tipo di stress, oppure limitando le sue relazioni coi coetanei, anticipando ogni sua mossa o prendendo decisioni sulla sua vita senza tenere conto del suo vissuto, dei suoi desideri, delle sue paure. Anche se fatto a fin di bene, a scopi protettivi, un'eccessiva attività di controllo e intrusività limita fortemente la capacità del bambino di sperimentare, di sviluppare l'autonomia e la capacità di autoaffermazione, favorendo una sua dipendenza eccessiva dal contesto familiare ed esponendolo al rischio di gravi crolli psicologici durante l'età adulta proprio per l'incapacità di affrontare le sfide della vita quotidiana e gli eventi inevitabili (un lutto, una separazione, una malattia, un cambiamento importante in ambito lavorativo).

Alcune pratiche educative sono incentrate, più o meno consapevolmente, sull'induzione di colpa, vergogna o riduzione dell'affetto. Si parte da una visione del bambino/ragazzo come fragile, incapace di affrontare la vita e lo si espone in modi diversi al sentimento di colpa per un eventuale suo errore o di vergogna, sentendosi inadeguato e quindi imbarazzato.

Per riduzione dell'affetto si intende una forma di comunicazione genitoriale in cui, per "punire" il bambino per un suo errore, si evita di trasmettergli affetto, ad esempio ignorandolo, non parlandogli o dicendogli esplicitamente che non gli si vuole più bene o siamo molto tristi e delusi perché è stato cattivo.

Per quanto riguarda l'aspetto psicologico del controllo, numerose ricerche dimostrano che i genitori spesso lo utilizzano quando percepiscono inconsciamente di avere scarso potere e quando almeno uno dei due genitori presenta come alto tratto di personalità il rigore ed il perfezionismo.

Ci sono situazioni nelle quali genitori molto ansiosi o con tratti di personalità inibiti come la timidezza, l'isolamento sociale (oppure in caso di fobie) possano educare il figlio secondo le loro necessità favorendo nel bambino lo sviluppo di ansia da separazione, ansia sociale, ritiro e isolamento.


Gli studi sull'attaccamento di molti importanti autori (Bowlby, Ainsworth, Solomon e Main) hanno dimostrato che i bambini ripeteranno le stesse modalità di relazionarsi con se stessi e con il mondo, apprese dai genitori. Dobbiamo sempre ricordare che lo sviluppo della personalità dipende dalla relazione bambino-genitori e a partire dalle sue interazioni col contesto familiare.

Le pratiche educative troppo severe o incoerenti, creano un'ambiente familiare caotico ed imprevedibile che ha importanti ripercussioni sullo sviluppo psicofisico del bambino.

La pratica clinica dimostra che le famiglie di bambini/ragazzi con problemi di condotta a scuola, coi pari, nei confronti delle autorità, sono spesso caratterizzate da uno stile di parenting altamente severo, punitivo, autoritario oppure al contrario ignorante del mondo affettivo del figlio. In entrambi i casi ciò che è cruciale è il non prestare attenzione ai vissuti interni del bambino/ragazzo, non riconoscere la sua esperienza emotiva: fornire una punizione, più o meno severa, senza dare la possibilità al ragazzo di comprenderne i motivi e senza capire il perché si sia comportato in un certo modo non è assolutamente utile, anzi è controproducente perché fa vivere al ragazzo l'esperienza della punizione come qualcosa di ingiusto, non corretto; si sente umiliato e ciò lo porta a non riconoscere nessuna forma di autorità anzi a sovvertirla, sfidarla, distruggerla.

Quando invece si vive abitualmente ignorando o sottovalutando le emozioni del bambino (ad esempio screditare la sua paura del buio oppure la sua tristezza per un cambiamento importante come può essere una separazione o un trasferimento in altra città) lo si porta a non essere capace di gestire autonomamente tali emozioni e questo ha diverse implicazioni, più o meno gravi e più o meno durature: isolamento, casi di pipì a letto ad un'età inappropriata, aggressività e strategie di coping disadattive (come abuso di alcool e sostanze, disturbi alimentari in adolescenza proprio per trovare forme di gestione di stati emotivi vissuti come invasivi, insopportabili, dilaganti).


Il bisogno fondamentale di tutti i bambini è quello di individuare la loro mente nella mente dell'altro. (Fonagy)

I genitori, soprattutto nelle prime fasi evolutive, assolvono alla funzione di "rispecchiamento": il bambino sviluppa l'immagine di sé e del mondo a partire da ciò che vive nell'interazione con i genitori, se ad esempio, essi utilizzano continuamente frasi del tipo: "non sei capace"; "gli altri bambini sono più bravi"; "sei stupido"; "sei cattivo"; "non devi piangere"; "come ci riescono gli altri devi riuscirci anche tu", etc....il bambino arriverà a rappresentarsi in questo modo (si sentirà inadeguato, sbagliato, sciocco se piange o se è lento ecc...) ed i suoi comportamenti saranno in linea con questi pensieri, con l'immagine di sé che i suoi genitori gli rimandano di continuo.


Stile di Parenting positivo.

Uno stile di parenting positivo, aiuta il bambino in uno sviluppo emotivo adeguato.

E' caratterizzato sostanzialmente da un genitore che ascolta e che si sintonizza emotivamente sugli stati d'animo del bambino, sia emozioni positive sia negative; Incoraggia l'autonomia e la curiosità del bambino.

Possiamo sintetizzare descrivendo tre obiettivi principali di una genitorialità positiva:

  1. sviluppare l'individualità del bambino

  2. l'autoregolazione emotiva

  3. l'assertività

Quindi come genitore è essenziale aumentare la sensibilità, e la prevedibilità. Queste competenze possono sempre essere acquisite e allenate mentre si svolge il proprio ruolo.


Quindi, la genitorialità è la capacità del genitore di assumere un preciso schema comportamentale che lo porti a nutrire, accudire, proteggere, educare, rendere autonomi i propri figli nei canoni psicosociali ed evolutivi appena descritti (Cusinato & Panzeri, 2005).


I diversi Stili di Parenting.

Quattro sono i principali Stili di Parenting che è necessario conoscere e discriminare per riflettere sul proprio:

  1. Autoritario: genitore freddo, controllante, poco disponibile al dialogo e a giustificare le richieste infantili, eccessivamente esigente circa un comportamento filiale maturo. E' uno stile improntato al controllo esterno piuttosto che all'insegnamento dell'autocontrollo e dell'autoaffermazione. Un genitore autoritario non aiuta il bambino a capire le conseguenze delle sue azioni e non suggerisce come gestire i propri comportamenti; si limita ad imporre un proprio modello di condotta.

  2. Permissivo: genitore scarsamente controllante, affettuoso e comunicativo, ma anche infantilizzante. Non fornisce adeguate regole di condotta. Soprattutto in adolescenza tende a trattare un figlio come un amico o un pari. La mancanza di richieste e aspettative così come la possibile confusione di ruoli può limitare lo sviluppo dell'auto-disciplina, dell'autocontrollo e della motivazione ad affermarsi.

  3. Autorevole: genitore controllante, affettuoso e comunicativo, può avere alte aspettative circa la maturità filiale, valorizzando l'indipendenza e l'autonomia, ma è sempre aperto al dialogo, all'ascolto e alla negoziazione.

  4. Trascurante: genitore scarsamente controllante e comunicativo, nutre scarse aspettative sul figlio (MacCoby e Martin, 1983). Il genitore "trascurante" soddisfa i bisogni primari del bambino (fame, sete, igiene) ma solo meccanicamente. Non è coinvolto emotivamente nella vita e nell'educazione del figlio. Non si pone come base sicura, come punto di riferimento per il bambino; può essere indifferente alle sue reali necessità o incoerente. La conseguenza più grave è lo sviluppo di gravi problemi relazionali, emotivi e cognitivi.

Lo Stile Autorevole e l'Assertività'.

Baumrind (1991) ha riscontrato come lo stile autorevole sia il più efficace nel promuovere l'autoregolazione, giacché i bambini appaiono più fiduciosi nelle loro capacità, più socialmente responsabili e cooperativi. Il genitore autorevole fornisce al bambino un sistema di regole positivo, con regole chiare, coerenti e adeguate al livello di sviluppo del figlio spiegando sempre i motivi di tali regole.

Non c’è imposizione, invadenza, ma condivisione, comunicazione e partecipazione tra genitori e figli.

Un atteggiamento importante del genitore autorevole è l'assertività caratterizzato da:

  • una modalità di comunicare senza ferire

  • contempla la possibilità di ammettere i propri errori

  • capacità di ascoltare ed accettare le critiche

  • capacità di negoziare ed affrontare i diverbi e le discussioni in modo costruttivo.

Come si può essere genitori "sufficientemente buoni"?

IE' essenziale riflettere sul proprio stile genitoriale ed assumerne consapevolezza. Soprattutto perché, al di là dei casi estremi sopracitati, non stiamo necessariamente descrivendo genitori malvagi e ignobili ma genitori che amano i loro figli; che sono stati essi stessi figli e che dunque hanno il loro bagaglio di esperienze, di errori e vittorie, la loro personalità, la loro visione del mondo e della genitorialità e che anche quando sembrano "sbagliati" in realtà non farebbero mai del male ai loro figli; stanno solo cercando una strada più giusta..

Spesso mettiamo in atto in maniera automatica, inconsapevole dei comportamenti che riteniamo adeguati, benevoli o innocui; imponiamo le stesse regole che sono state imposte a noi, riproponiamo le stesse pratiche educative, gli stessi modelli che abbiamo sperimentato senza considerare che siamo genitori diversi dai nostri, con personalità diverse, aspettative e vite diverse, i tempi cambiano, la società anche e dunque cambia il modo di stare al mondo dei nostri figli.

La nostra famiglia non sarà mai uguale alla nostra famiglia di origine. Uno dei compiti evolutivi più importanti per le giovani coppie coniugate, che stanno costruendo la PROPRIA realtà familiare, è proprio quello di trovare un giusto equilibrio tra la fedeltà alla propria famiglia d'origine e la fedeltà a quella nuova (e diversa) che con il proprio partner; mantenendo legami positivi con entrambi.

Quante volte ci troviamo a pensare o dire: "Quello che ho vissuto io non lo vivrà mio figlio" oppure "io alla sua età ero diligente, obbediente e disciplinato", "Io non avevo le stesse cose che hanno i ragazzi ora eppure sono venuto su bene", "Mio figlio deve portare avanti l'azienda di famiglia come ho fatto io", "Mio padre nemmeno mi parlava eppure io lo rispettavo" .... Imponiamo dei vissuti, delle aspettative ai nostri figli che non sono le loro e forse nemmeno le nostre.... Viviamo in una società in rapido e continuo cambiamento, dobbiamo essere veloci, produttivi, al passo coi tempi, abbiamo molte responsabilità, difficile permettersi di non lavorare per entrambi i genitori ma tutta questa velocità, questo impegno nella vita quotidiana può portare a farci perdere ciò che resta essenziale: un bambino è come un uomo, prova emozioni, si crea delle aspettative, delle fantasie sugli eventi, su di noi e su se stesso. I bambini provano tristezza, rabbia, gioia, sorpresa come noi, hanno solo il loro modo peculiare di esprimersi: se sono arrabbiati colpiscono un oggetto o un amichetto; se sono tristi piangono, fanno i capricci oppure diventano ostili, se hanno paura evitano di uscire, hanno mal di pancia oppure dicono una bugia per non affrontare ciò che li spaventa. Hanno un modo tutto loro di comunicare ciò che sentono e spetta a noi genitori ascoltarli e parlare loro con un linguaggio che sia comprensibile, un linguaggio concreto, sensoriale, immaginativo. Dobbiamo sempre ascoltare la nostra parte bambina, ritrovarla, rispettarla. Al di là dello stile di parenting che ci caratterizza, non dobbiamo mai dimenticare il bambino che c'è in noi, che siamo stati, per comprendere cosa è meglio per i nostri figli.

Importante non dimenticare mai che essere genitori non significa essere perfetti: significa essere se stessi, con i nostri limiti, pregi e difetti, e nonostante tutto saper sintonizzarsi sui bisogni emotivi dei propri figli; significa anche frustrare i loro desideri, segnare dei limiti. L'importante è capire quando e come frustrarli senza ferirli nel profondo. Significa partire dal presupposto che ciò che possiamo fare meglio è fornire ai nostri figli tutti gli strumenti che conosciamo per affrontare la vita e poi lasciare che li utilizzino come sentono, che sperimentino, che trovino soluzioni senza sostituirsi a loro ma semplicemente accompagnandoli, sostenendoli. Porsi come base sicura significa fare in modo che i nostri figli abbiano il coraggio di vivere sapendo che possono sempre trovare in noi sicurezza, conforto e protezione.



Se è vero che ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da genitore e i bambini hanno la capacità di innescarla, è anche vero che la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (J.Bowlby).
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