Perchè aiutiamo gli altri?


Siamo di fretta, piove, è buio, una macchina è in panne…. Passiamo oltre o ci fermiamo?

Sono due ore che siamo in fila alla posta, tutti sbuffano e imprecano… entra un’anziana signora con un bastone…. Le lasciamo il nostro posto o guardiamo avanti?

Per strada vediamo un uomo urlare contro la sua compagna e strattonarla… passiamo oltre o interveniamo?

Un gruppo di ragazzini si sta azzuffando…. Li riprendiamo col telefonino (per poi pubblicare un post di denuncia) oppure interveniamo?

E se interveniamo…. Perché lo facciamo? Cosa ci spinge ad aiutare un’altra persona? Esiste il vero altruismo oppure c’è sempre un motivo dietro, non sempre nobile? Proviamo a rispondere a queste domande riflettendo su quanto le ricerche psicologiche hanno evidenziato in questi anni.

Che cosa si intende per altruismo?

Comportamento prosociale, comportamento di aiuto, altruismo… spesso queste espressioni sono usate come sinonimi, in realtà hanno significati diversi. Possiamo immaginare una matrioska: la “bambola-madre” è il comportamento prosociale e al suo interno troviamo il comportamento di aiuto ed infine l’altruismo.

Il Comportamento prosociale comprende una serie di azioni che la società in cui viviamo giudica come positive poiché contribuiscono all’altrui benessere fisico e/o psicologico. Si tratta di azioni volontarie e finalizzate al bene dell’altro.

Il comportamento prosociale comprende: atti di beneficienza, cooperazione, amicizia, soccorso, sacrificio, condivisione, fiducia (Eisenberg e coll., 1996). Ma sono le norme di una società a definire ciò che può essere considerato prosociale.

Il comportamento di aiuto e l’altruismo possono essere considerati delle sottocategorie del comportamento prosociale; il primo è l’insieme delle azioni compiute intenzionalmente a favore di qualcun altro: se fate una donazione pubblica ad un ente di beneficenza per apparire generosi non avete aiutato nessuno se non voi stessi; al contrario se trovate una banconota da 50€ per strada e la donate ad un amico in difficoltà allora siete autori di un comportamento di aiuto.

L’altruismo è una speciale forma di comportamento di aiuto caratterizzata dal completo disinteresse per se stessi: si aiuta qualcuno senza aspettarsi una ricompensa, anche arrivando al sacrificio. Si pensa più al bene dell’altro che al proprio.

La domanda cui molti ricercatori cercano ancora di rispondere è se l’altruismo esista davvero. Possiamo dimostrare che un’azione altruistica non abbia in fondo una motivazione diversa del dedicarsi totalmente agli altri?

Perché aiutiamo gli altri?

La psicologia sociale in particolare sta ancora cercando di trovare una risposta univoca a questa domanda. L’essere umano è complesso soprattutto perché è un essere sociale e capire il motivo delle azioni umane è da sempre la grande sfida di molti ambiti scientifici e filosofici (psicologico, sociologico, antropologico, pedagogico, ecc).

L’altruismo è innato (l’approccio biologico).

Gli esseri umani hanno tendenze innate, radicate biologicamente che hanno permesso la nostra evoluzione: bere, mangiare, lottare, unirsi e aiutare il prossimo. Dunque esisterebbe una componente genetica per l’altruismo.

https://www.youtube.com/watch?v=UspdXUNkBH8 diversi esperimenti hanno dimostrato che bambini molto piccoli tendono ad aiutare persone o animali in difficoltà spontaneamente.

Tuttavia l’approccio evoluzionista e innatista è stato criticato per scarsità di prove umane convincenti dell’altruismo e perché ignora il ruolo fondamentale dell’apprendimento e dell’influenza che l’ambiente e gli altri hanno sul comportamento umano.

L’altruismo dipende anche dalle nostre azioni mentali (approccio biosociale).

Secondo Goertner e Dovidio (1977) un’esperienza comune che precede un’azione prosociale è l’attivazione dell’empatia.

Per empatia si intende la capacità di sperimentare le esperienze (atteggiamenti, emozioni, stati d’animo o sentimenti) di un’altra persona: riuscire a “mettersi nei panni dell’altro e sentire ciò che egli sente”. L’empatia ci permette di capire cosa sta provando l’altro e quindi di aiutarlo se in difficoltà. Grazie al gruppo di ricerca di Rizzolatti, negli anni ’90, si è scoperto che l’empatia ha una base neurobiologica precisa: i nostri neuroni-specchio: cellule cerebrali che si attivano quando vediamo un altro compiere un’azione come se fossimo il suo specchio e ciò vale anche per le espressioni facciali, che comunicano emozioni. Grazie ai nostri neuroni specchio riusciamo a capire come si sente l’altro e a rispondervi adeguatamente. Tuttavia, come sappiamo, la biologia si incontra con il sociale e anche se non ce ne rendiamo conto dietro un’azione altruistica c’è un lavoro cognitivo importante.

Secondo il sociologo Jane Piliavin, quando ci troviamo davanti una persona che è in difficoltà, anche serie, prima di rispondere attraversiamo tre fasi:

  1. Attivazione fisiologica: la nostra prima reazione è empatica. Più è evidente la difficoltà della persona maggiore sarà la nostra attivazione corporea. La velocità della nostra reazione è legata al livello di attivazione corporea: tanto veloce è il nostro battito cardiaco, quanto rapida è la nostra risposta.

  2. Classificazione dell’attivazione: l’attivazione fisiologica è aspecifica, cioè non legata a un’emozione specifica (rabbia, paura, ecc). L’emozione che proviamo di fronte alla persona nei guai dipende da come valutiamo la nostra agitazione interna, inoltre, secondo Bateson (1981): più ci sentiamo simili alla vittima e più è probabile che sperimentiamo coinvolgimento empatico.

  3. Valutazione delle conseguenze: prima di prestare aiuto, valutiamo le conseguenze delle nostre azioni, scegliendo di agire in modo da ridurre la propria angoscia personale al minimo costo. I costi principali del fornire aiuto sono: tempo e sforzo. Maggiori sono i costi e minori le probabilità che interveniamo.

Queste valutazioni sono spesso semi-automatiche, non ce ne rendiamo conto subito. A riprova di quanto evidenziato da Piliavin vi sono innumerevoli esperimenti sociali su quella che è stata definita:

Apatia dello spettatore in caso di emergenza

E’ una notte di marzo del 1964, siamo a New York, in uno dei più rispettabili quartieri della città, quando una ragazza, Kitty Genovese viene violentata e accoltellata da un uomo. Egli impiega circa mezz’ora per compiere i suoi atti delittuosi, Kitty grida e cerca di scappare ma nessuno degli abitanti del quartiere accorre ad aiutarla sebbene riescano ad osservare la scena dalle finestre delle loro case. Un testimone telefonerà alla polizia locale dichiarando di voler restare anonimo. Il fatto suscitò all’epoca enorme scalpore, non tanto per l’efferato omicidio quanto per il comportamento delle persone: numerosi furono i testimoni che si fecero avanti nei giorni seguenti. Perché nessuno era intervenuto? Perché la polizia è stata chiamata solo dopo che la ragazza è stata uccisa?


Questo episodio ha accresciuto l’interesse sia dei media americani che degli psicologi sociali, in particolare di Latanè e Darley che hanno deciso di cercare di capire perché, come e quando decidiamo di prestare aiuto in casi particolarmente gravi e cosa invece spiega l’indifferenza in alcune circostanze. Hanno iniziato dunque un programma di ricerca (1968), oggi considerato un classico della psicologia sociale.

I due autori hanno inizialmente analizzato le componenti fondamentali di una situazione di emergenza:

  • È una situazione potenzialmente pericolosa, per una persona o per una proprietà

  • È un evento inusuale (diremmo “paranormativo” oggi), raro

  • Esistono molteplici tipi di situazioni di emergenza: catastrofi naturali, incidenti, aggressioni, ecc

  • Non è prevista per cui non possiamo pianificare azioni per reagire

  • Richiede un’azione istantanea senza poter riflettere su varie opzioni.

In queste situazioni, i due autori hanno osservato che la mancanza di aiuto si verifica più spesso quando il numero di testimoni aumenta: è questa l’apatia dello spettatore: non agiamo. Perché? Secondo gli autori diversi processi psicologici possono giustificare l’apatia dello spettatore, con effetti cumulativi:

  • Diffusione della responsabilità: la presenza di altre persone offre l’opportunità di trasferire a questi la responsabilità connessa con l’agire, o il non agire: in partica ci sentiamo meno responsabili. È più probabile che una persona sola aiuti una vittima perché crede di avere su di sé l’intera responsabilità dell’azione.

  • Inibizione del pubblico: la presenza di altri può far sentire le persone a disagio, temere di sembrare stupide, esagerate o inadeguate all’azione. È la cosiddetta “paura della brutta figura” che entra in gioco: temiamo di aver frainteso l’evento e quindi di renderci ridicoli. E’ più comune di quanto si possa pensare!

  • Influenza sociale: gli altri forniscono un modello di azione. In situazioni ambigue o difficili gli altri diventano per noi un punto di riferimento e di informazione. Se i presenti sono passivi e non agitati, la situazione può sembrare meno seria.

A prescindere da ciò possiamo chiederci:

Ci sono persone che aiutano più di altre?

Che non rispondono a tali principi?

Da alcune ricerche emerge che non esiste una personalità altruistica di per sé, anche se alcuni hanno tratti prosociali più spiccati rispetto ad altri ma tutto dipende sempre dall’interazione tra i nostri fattori genetici e le nostre esperienze sin dalla nascita. Sembra comunque che lo stato d’animo abbia un peso: se ci sentiamo bene siamo più pronti ad aiutare gli altri. Un esempio è quando abbiamo superato brillantemente un compito e proviamo “il caldo fremito del successo” che ci spinge a fornire aiuto agli altri (questo vale non solo in casi di emergenza ma nella quotidianità). In ogni caso aiutare è sempre fonte di buonumore.

Un fattore importante che aumenta la probabilità di fornire aiuto è la competenza, o meglio quanto ci sentiamo competenti nell’aiutare una persona. Ricorderete la famosa frase che si sente in molti film “Abbiamo un medico qui?”… essere competente in un campo favorisce la spinta a dare aiuto anche in casi estremi perché ci fa sentire in grado di affrontare la situazione e quindi responsabili.

Che cosa ci motiva ad essere prosociali?

Secondo Dan Bateson prestare aiuto è una questione motivazionale ed elenca quattro ragioni principali che governano il comportamento prosociale:

  1. Egoismo: può sembrare un paradosso eppure è così ed è più comune di quanto pensiamo, è una motivazione molto forte anche se non ne siamo consapevoli del tutto e ci convinciamo che non è così: le azioni altruistiche alimentano l’autostima e migliorano l’immagine di sé. Senza contare il fatto dell’aspettativa di ottenere una ricompensa, non necessariamente materiale. Basta anche essere consapevoli che qualcuno ci è grato per qualcosa.

  2. Altruismo: le azioni prosociali contribuiscono al benessere degli altri. Questo tipo di motivazione è molto apprezzata in molte culture.

  3. Collettivismo: le azioni prosociali favoriscono il benessere ai gruppi sociali (famiglia, proprio gruppo etnico, proprio paese) anche se possono danneggiare chi è fuori dal proprio gruppo di appartenenza.

  4. Riferimento ad un principio: le azioni prosociali seguono un principio morale, ad esempio “il bene più grande per il maggior numero di persone” (pensiamo a Madre Teresa di Calcutta per esempio, ai medici senza frontiere, agli psicologi dell’emergenza, ecc).

In conclusione

Siamo altruisti per natura oppure dobbiamo imparare ad esserlo?


Entrambe le cose: l’uomo è un animale sociale, il nostro sistema nervoso è programmato per agganciarsi a quello degli altri in modo che ciò che sente l’altro, sentiamo anche noi, come se vivessimo nella sua pelle (Stern, 1977). E’ empatia. E se è vero che è una nostra peculiarità biologica, è anche vero che l’esperienza, l’ambiente in cui viviamo possono offuscarla, limitarla oppure esaltarla. Esperienze di maltrattamento, violenza, indifferenza in famiglia durante l’infanzia può limitare la nostra capacità di relazionarci adeguatamente con gli altri, per difenderci dal male subito. Ma la Teoria dell’Attaccamento ha ampiamente dimostrato come siano possibili esperienze “riparative”: possiamo sempre imparare ad essere empatici e altruisti, in ogni momento se abbiamo la possibilità di sperimentare relazioni sociali positive. Possiamo sempre migliorare? Sì, sempre.

A prescindere da quale sia la reale motivazione che ci spinge ad aiutare un altro resta la magia dell’altruismo, il benessere che infonde sia a chi offre che a chi riceve aiuto. Che sia un grande gesto o una banalità può cambiare la nostra giornata!

Può sembrare melenso questo discorso, senza contare il fatto che l’eccessivo altruismo d’altra parte non è un bene. Forse basterebbe solo imparare a voler bene a se stessi per trovare facile aiutare gli altri. Come sempre: il cambiamento parte sempre da noi stessi e non sta nelle grandi imprese ma nei piccoli gesti quotidiani!

Pensate al piacere che si prova quando per strada un passante ci sorride. Quanto può valere il sorriso di uno sconosciuto?

Alcuni esempi dal cinema:

  • Schindler’s List, diretto da Steven Spielberg: l’industriale tedesco Otto Schindler affronta enormi rischi durante la seconda guerra mondiale per salvare gli ebrei da Auschwitz.

  • Smallville: serie tv basata sulle imprese altruistiche del supereroe Clark Kent.

  • Un sogno per domani di Mimi Leder: è la storia di un ragazzino che sfrutta l’opportunità di rendere il mondo un posto migliore, dando il via ad una catena in cui le persone compiono un’azione altruistica a favore di altre persone, ognuna di queste ad altre tre, e così via.

  • The girl in the cafè di David Yates: è una storia d’amore ambientata a Reykiavik nei giorni della conferenza del G8, durante i quali stanno per essere prese decisioni per aiutare i paesi in via di sviluppo a uscire dalla povertà. Il film mostra quanto sia difficile organizzare un comportamento prosociale collettivo.

Bibliografia:

  • Psicologia Sociale. Teorie e applicazioni”, M.A.Hogg, G.M.Vaughan, Pearson, 2016

  • Prosocial behaviour”, M.S.Clark, 1991

  • The psychology of helping and altruism”, Schroeder, Penner, Dovidio, Piliavin, 1995

Sitografia:

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