"Scusami, ho sbagliato!" - Il senso di colpa e l'arte di chiedere scusa


Federica ha detto una parola di troppo e la sua più cara amica si è offesa, a ragione.

Simone ha mentito ai suoi genitori dicendo che sarebbe andato da un compagno di classe a studiare e invece è rimasto in giro con gli amici, ma è stato visto dalla vicina di casa che ha riferito tutto a sua madre.

Francesca ha causato un danno all'azienda per cui lavora per colpa della sua negligenza.

Giacomo è una persona solitamente molto ligia al dovere, ma ha passato il pomeriggio a leggere un romanzo sul divano invece di pulire casa.

In tutte queste situazioni c'è un elemento in comune: come si sono sentiti Federica, Simone, Francesca e Giacomo dopo questi avvenimenti. Probabilmente hanno iniziato a percepire una stretta allo stomaco e un'oppressione al petto, si sono sentiti a disagio e come sporchi o sbagliati e i loro pensieri hanno cominciato a ruotare in tondo sull'evento, osservandolo e riosservandolo da capo, riavvolgendo il nastro più volte, immaginando cosa avrebbero potuto dire o fare diversamente. Sono rimasti a lungo preoccupati di come potevano stare le eventuali "vittime" delle loro azioni e di quali potessero essere le conseguenze. A seconda di quanto può essere intenso il loro disagio, potrebbero far fatica a mangiare o a dormire. In breve, tutti e quattro sono in preda al senso di colpa.


Senso di colpa e vergogna

Il senso di colpa è quell'emozione che si prova quando qualcuno a cui teniamo viene in qualche misura danneggiato e noi ne siamo responsabili a causa di qualcosa che abbiamo detto o fatto o al contrario omesso di dire o di fare. In altre parole, proviamo senso di colpa quando causiamo un danno, per azione od omissione, ad un'altra persona, oppure quando trasgrediamo una norma morale, universalmente riconosciuta ("non si mente ai propri genitori") oppure più soggettiva ("non posso mettermi sul divano a leggere se prima non ho finito le faccende domestiche").

Il senso di colpa può inoltre andare a braccetto con la vergogna: ci si può infatti vergognare di qualcosa per cui ci si sente anche in colpa. Ma tra la vergogna e la colpa c'è una sostanziale differenza, infatti la prima è specifica in quei casi in cui ad essere compromessa è la propria immagine, anche per qualcosa che si ritiene essere oltre che per qualcosa che si è fatto, mentre nella colpa sono il danno ad altri e la morale ad essere in gioco.

Ognuno di noi nel corso della sua vita si è sentito in colpa innumerevoli volte per motivi più o meno banali e molti di noi si portano appresso dei sensi di colpa cronici per tutta la vita, che possono anche entrare in gioco in diversi stati psicopatologici, dal disturbo depressivo al disturbo ossessivo-compulsivo.


Ma quando nasce, nello sviluppo psichico di un individuo, la capacità di sentirsi in colpa?

Il senso di colpa non è un'emozione primaria, ossia non è innato in noi, come lo sono invece le emozioni di base come ad esempio la gioia, la tristezza o la rabbia. Esso si sviluppa nel corso dell'infanzia, attraverso l'educazione da parte delle figure di accudimento e l'osservazione del loro comportamento. Gli adulti infatti trasmettono i concetti di giusto e sbagliato attraverso le parole dirette oppure attraverso il comportamento, ossia ingiungendo una qualche forma di punizione in seguito ad una trasgressione, ma anche attraverso il loro modo di reagire emotivamente, con approvazione o biasimo, con gioia o rabbia, alle azioni del piccolo.

Il bambino così internalizza le norme morali e, in seguito, per regolare il suo comportamento, non avrà più bisogno della presenza concreta di altri che possano biasimarlo o punirlo perché potrà fare riferimento al suo giudice interiore.




Perché l'essere umano ha sviluppato, nel corso della sua evoluzione, la capacità di provare il senso di colpa? Che utilità ha questa emozione? Per gli psicologi evoluzionisti, esiste un vantaggio evolutivo nel provare sensi di colpa sia per il gruppo che per l'individuo singolo. Per il gruppo, l'utilità risiede nel fatto che il senso di colpa è un meccanismo internalizzato che evita che le persone commettano il male anche quando non c'è nessuno a controllarle e a punirle. Se, all'interno di un gruppo, infatti, gli individui commettessero il male ogni volta che hanno l'occasione di non essere scoperti e puniti, questo stesso gruppo avrebbe chances di sopravvivenza minori a causa dei molteplici atti a danno della comunità. Inoltre, provare sensi di colpa, aumenta la cura e l'altruismo verso i membri del proprio gruppo. Per quanto riguarda il singolo individuo invece, il vantaggio evolutivo del senso di colpa sta nel fatto che, regolando appunto il suo comportamento, mira ad evitargli di andare incontro a punizioni e soprattutto all'esclusione dal gruppo, che potrebbe mettere a repentaglio la sua sopravvivenza.


Ok, mi sento in colpa... e adesso?!


Ecco allora che l'emozione del senso di colpa predispone l'individuo ad agire di conseguenza per riparare al danno ed evitare le conseguenze negative, e per ripristinare la propria moralità. Innanzitutto, la persona colpevole si aspetta una qualche forma di punizione e addirittura può ricercarla. In aggiunta però, come in una sorta di autopunizione, tende ad evitare forme di gratificazione anche in ambiti che nulla hanno a che vedere con la colpa originaria. In seguito, ci possono essere la confessione della propria colpa ma soprattutto la richiesta di perdono e il tentativo, ove possibile, di riparare anche materialmente al danno causato, meglio ancora se questo comporta una qualche forma di sacrificio, di perdita, come per rimettere in pari le cose. Infine, la persona tende ad agire in senso prudenziale per prevenire l'eventualità di commettere altre colpe, sia nello stesso ambito che in generale.


Chiedere scusa

Per quanto riguarda i comportamenti riparatori che si mettono in atto spinti dal senso di colpa e dalla voglia di riparare il danno causato, ricucendo rapporti, ripristinando situazioni e recuperando stima e fiducia, sicuramente il più frequente è il chiedere perdono.

Ma quella dello scusarsi con qualcuno a cui teniamo e a cui abbiamo fatto del male è tutt'altro che un'azione semplice, sia da un punto di vista emotivo che concreto. Le scuse devono essere efficaci per raggiungere lo scopo.



Ecco quindi un piccolo vademecum per scuse efficaci:


  1. Innanzitutto, le scuse migliori sono quelle fatte di persona. Evitare e-mail e messaggini: chiedete un incontro faccia a faccia, o, al limite, una videochiamata o una telefonata. Ovviamente questo rende le cose più difficili, ma allo stesso tempo la richiesta di vedersi per parlare dimostrerà quanto ci tenete a riparare;

  2. Attenzione alle tempistiche: occorre trovare il momento giusto. Né troppo presto, o sembrerà che non abbiate voluto prendervi il tempo per riflettere sulle vostre azioni e che le vostre scuse siano più un riflesso automatico, né troppo tardi, con il rischio che il passare del tempo incisti rancori e recida i legami affettivi. Inoltre, la scelta dei tempi va fatta anche rispettando i tempi dell'altro: se chi è stato ferito non è ancora pronto per ascoltarvi, è giusto aspettare. Un po' di tempo permetterà ad entrambi di lasciar sbollire le emozioni più intense e più pericolose per un sano confronto;

  3. Mentre attendiamo, utilizziamo il tempo in maniera costruttiva. Innanzitutto, ricostruiamo in maniera oggettiva gli eventi, senza farci sconti di pena ma neanche senza sovraccaricarci di colpe irrealistiche: questo sarà il quadro che potremo offrire all'altra persona dimostrando sincerità ma senza umiliarci in un un modo che ci danneggi. Facciamo un elenco degli aspetti nei quali sentiamo di essere stati manchevoli e siamo pronti ad ammetterli di fronte all'altro;

  4. Pensiamo e proponiamo soluzioni plausibili: chiediamoci cosa siamo davvero disposti a fare per rimediare e offriamoci di farlo, dimostreremo così di aver concretamente pensato come rimediare e non faremo promesse che poi non saremmo in grado di mantenere;

  5. Usiamo la prima persona: l'assunzione di responsabilità è tale se nelle nostre scuse parliamo di ciò che noi abbiamo fatto. Tutto ciò che inizia con "tu hai/tu sei" va bandito. Se proprio è necessario sottolineare un comportamento dell'altro per circostanziare il nostro, non presentiamolo come una caratteristica dell'altro ma come un accadimento: preferire "quando tu dici/fai ecc..." invece di "tu sei...";

  6. Parlate apertamente delle vostre emozioni e dei vostri sentimenti: date un nome a quello che avete provato mentre commettevate il fattaccio e a cosa avete provato dopo, esprimete come vi sentite ora mentre state portando le vostre scuse e cosa provate per la persona che avete di fronte.

La capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni o parole e di affrontare l'argomento con l'altro sono indice di maturità, di buona fede e di una personalità in equilibrio con sé e con gli altri e soprattutto richiede una buona dose di coraggio perché richiede di far fronte ad emozioni intense proprie ad altrui. Ma se riusciamo a fare tutto ciò, il dolore provato per il senso di colpa non sarà vano e magari scopriremo che il legame ne uscirà non solo rinsaldato ma anche più forte di prima.




Bibliografia:

- Lerner H., Scusa. Il magico potere di ammettere i propri sbagli, Urrà Feltrinelli, 2018.

- Perdighe C, Mancini F. (a cura di), Elementi di Psicoterapia Cognitiva, Giovanni Fioriti Editore, 2010.

- Mancini F. (a cura di), La mente ossessiva, Raffaele Cortina Editore, 2016.

- Savater F., Etica per un figlio, Laterza, 1991.



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