Una bomba ad orologeria. Dal burnout lavorativo al burnout genitoriale


“Sono stressato!”

Chi, almeno una volta, non ha esclamato tale frase?! Ma quanti commettono l’errore di utilizzare impropriamente il termine “stress”?


Cosa si intende con il termine stress?

Hans Selye, già nel 1936, definiva lo stress come “una risposta aspecifica dell’organismo per ogni richiesta effettuata su di esso dall’ambiente esterno”.

Lazarus, in tempi più recenti, ha evidenziato, che gli stimoli esterni, soprattutto se di lieve entità e di tipo psicosociale, vengono valutati e soppesati dall’individuo; Esiste, dunque, un’elevata variabilità individuale, sia nell’elaborazione cognitiva ed emotiva dello stressor, che nella conseguente modalità di risposta.

Lo stress, quindi, non è altro che la risposta ad uno stato in cui l’individuo sperimenta una discrepanza tra la domanda che l’ambiente esterno gli pone e le sue possibilità di risposta.

Il soggetto “stressato” avverte la necessità di impiegare risorse ed energie superiori a quelle che utilizza normalmente.

La risposta fisiologica allo stress è inevitabile e soprattutto “vitale” mentre va evitato lo stress intensivo e cronico.

Una richiesta troppo forte o ripetuta e prolungata nel tempo può determinare una cronicizzazione della risposta biologica dell’organismo con la conseguente insorgenza di malattie dovuta all’ipersecrezione di ormoni dal surrene, dall’ipofisi, per alterazione dei processi infiammatori e/o per riduzione delle difese dell’organismo.

Il contesto lavorativo è quello maggiormente in grado di attivare risposte di stress, sia dal punto di vista comportamentale sia da quello fisiologico.


Che cos’è lo stress correlato al lavoro?


Lo stress correlato al lavoro può essere definito come un danno fisico e una risposta emotiva che interviene quando le caratteristiche del lavoro non corrispondono con le capacità, risorse o bisogni dei lavoratori.

Può condurre ad un indebolimento della salute e addirittura ad infortuni.

Nel 1974, per la prima volta negli USA da Herbert Freudenberger, fu studiato un fenomeno, oggi conosciuto come burnout cioè un quadro sintomatologico individuato in operatori di servizi particolarmente esposti allo stress conseguenti al rapporto diretto e continuativo con un’ utenza disagiata.

In anni più recenti, sono state molte le definizioni attribuite al fenomeno:

- Perdita di interesse per le persone con cui si lavora in risposta allo stress lavorativo;

- Ritiro psicologico dal lavoro in risposta ad un eccessivo stress o all’insoddisfazione, con perdita di entusiasmo, interesse ed impegno personale;

- Disaffezione al proprio lavoro caratterizzata da delusione, insofferenza, intolleranza, sensazione di fallimento.

Il burnout, in sostanza è un insieme di sintomi che testimoniano l’evenienza di una patologia del comportamento, ed è tipica di tutte le professioni ad elevato investimento relazionale e in qualsiasi tipo di contesto organizzativo e non solo per le professioni socio-sanitarie, come si credeva all’inizio degli studi, anche se probabilmente queste ultime rappresentano il caso più tipico di forte impegno emotivo.

Insorge, infatti, più frequentemente quando:

- Si lavora in strutture mal gestite sul piano organizzativo, con scarsa retribuzione, sovraccarico di lavoro, scarso sostegno, conflittualità:

- Esistono contemporaneamente problemi personali di tipo familiare o relazionale;

- Esiste la tendenza a sviluppare stati d’ansia;

- Il proprio livello di difese psicofisiologiche dagli eventi stressanti è normalmente basso.

Questo porta a sviluppare:

- Sintomi di depressione, senso di colpa e sfiducia;

- Disturbi fisici come cefalee, disturbi intestinali, affaticamento cronico, insonnia;

- Abuso di sostanze quali caffeina, nicotina, alcool e droghe.



Dal lavoro alla famiglia, quando si parla di burnout genitoriale?


Agli inizi degli anni ’80 si iniziò a parlare di burnout genitoriale in riferimento a genitori con figli affetti da malattie croniche anche se si vide successivamente che colpiva anche genitori con figli del tutto sani.

Il burnout genitoriale è un derivato dello stress mal gestito, cioè un intenso esaurimento emotivo che porta inizialmente il genitore a sentirsi logorato e saturo del rapporto con i propri figli.

Si può essere colpiti in qualsiasi momento della vita a prescindere dall’età dei figli.

Proprio come il burnout lavorativo è un fenomeno che rimane confinato nella sfera familiare e non intacca altre sfere.

Si può essere soddisfatti a lavoro e meno quando si ricopre il ruolo di genitore.

I genitori oggi sono sottoposti ad una fortissima pressione sociale, pressione che viene trasferita sui figli anche inconsapevolmente.

Tra i fattori di rischio del burnout genitoriale sicuramente c’è il perfezionismo.

Spesso si incorre nell’errore di voler tenere tutto sotto controllo e in ordine.

I genitori si sentono in colpa se desiderano un momento di relax, anche se hanno passato tutta la giornata a lavoro senza aver visto il proprio figlio; non provano entusiasmo dopo averli presi da scuola perché ancora pensano ad incombenze lavorative e agli impegni quotidiani una volta rientrati a casa.

Si chiedono come sia possibile non voler stare con il proprio figlio ed essere felice e questo tormenta ancora di più facendo aumentare il senso di colpa.

I ricercatori hanno individuato tre aspetti centrali che caratterizzano questo particolare tipo di burnout:

- Esaurimento emotivo

- Distacco emotivo

- Mancanza di realizzazione personale

Questi fattori si differenziano dal burnout lavorativo per la depersonalizzazione in quanto in quello genitoriale i genitori non disumanizzano veramente i figli.

Inoltre rispetto a quello lavorativo sono presenti idee di fuga, abbandono e comportamenti violenti.

La violenza può presentarsi anche al di là dello status socio-economico della famiglia quindi anche in famiglie più educate e benestanti si possono rilevare comportamenti di questo tipo.

Proprio perché questo comportamento esula dallo status socio-economico di provenienza spesso a seguito di ciò subentra ancora una volta il senso di colpa e di vergogna nell’aver commesso un comportamento nuovo e mai messo in atto prima d’allora.


Come affrontare questa condizione?

Per cause, molto spesso, riguardanti il lavoro, le famiglie non sempre sono costituite da due genitori effettivamente presenti; infatti, Il mondo del lavoro è cambiato, e oggi più di ieri ci si ritrova a dover lavorare lontano dalla propria famiglia o ad un pendolarismo che comporta numerosi sacrifici, inoltre, la nonna materna, figura cardine della famiglia, come evidenziato dallo studio promosso dall’ Ifefromm (International Foundation Erich Fromm) e per via del vantaggio matrilineare, è spesso una donna giovane, professionalmente impegnata e alcune volte lontana geograficamente pertanto può aiutare saltuariamente, e non come vorrebbe, figli e nipoti.

Nonostante ciò, intervenire in modo tempestivo e con l’aiuto di personale competente sembra il consiglio migliore ma mettere in pratica alcune buone abitudini potrebbe limitarne i danni.

Cosa possiamo fare dunque?

- Migliorare, quando possibile, l’organizzazione familiare attraverso il co-parenting per evitare che un solo genitore si faccia carico di tutte le incombenze quotidiane;

- Mantenere l’ordine, che non significa esserne maniaci. Nessuno è perfetto ne tantomeno lo deve essere sempre la casa in cui abitiamo, meglio passare due, tre ore parlando o giocando con i figli che lucidare l’argenteria di casa.

- Curare sempre il proprio corpo, mantenere una dieta sana e una vita meno sedentaria possibile. E’ molto difficile trovare del tempo per se stessi ma anche pochi minuti al giorno possono fare la differenza.

- Chiedere aiuto, non solo come già consigliato ad un professionista ma anche, se si ha la possibilità, a dei parenti, amici o baby sitter.

Parlare, confidarsi e raccontare la propria esperienza in un ambiente empatico e accogliente può essere di enorme aiuto soprattutto quanto il tutto sembra essere insormontabile e quando i precedenti consigli ci sembrano inattuabili.


Bibliografia:

Kawamoto, T.K., Furutani, K. E Alimardani, M. (2018). Preliminary validation of Japanese version of the parental burnout inventory and its relationship with perfectionism. Frontier in pscichology.

(Mikolajczak, M. Gross, J.J., e Roskam, I.(2019). Parental Burnout: What is it, and Why does it matter?. Clinical Psychological Science.

Stress at work. United States- NIOSH, CINCINNATI, 1999.


Sitografia:

www.ifefromm.it

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